Camillo Olivetti si distingue da altri coraggiosi e fortunati imprenditori per il risalto della grandezza umana più che dell’ampiezza di opera, per la singolarità del carattere, per la ricchezza interiore, per la severità morale e per la coerenza politica che palesò per tutto il ventennio fascista. Camillo Olivetti,, come pochi altri del suo tempo, rappresenta il clichè dell’uomo che viene dalla gavetta, del self-made man.
Il suo nome non sopravvive soltanto all’industria di cui gettò le fondamenta nel 1908 ma si prolunga oltre la memoria, gli episodi e gli aneddoti che si tramandano sono numerosi e confermano l’impressione di energia e di bontà suggerite dalla sua figura.
L’ambiente originario di Camillo Olivetti è quello della borghesia agiata; i suoi studi sono severi; al politecnico è uno degli allievi migliori di Galileo Ferraris, scopritore del campo magnetico. Con il suo compagno di corso G.B. Pirelli si laurea, nel 1891, in elettrotecnica: che è, allora, una scienza nuova. Un anno dopo la laurea, nel 1892, viene invitato dal suo “maestro” a seguirlo in America; quando, arricchito da quella grande esperienza, torna in Italia, decide di intraprendere il cammino che lo porterà alla creazione di un’impresa tutta sua. A Ivrea, nel 1896 con i due amici Gatta e Ferrero, successivamente alla creazione di una officina più propriamente di esperienze che di produzione, dà corpo alla prima fabbrica di strumenti di misura elettrici. Essa si chiamò C. G. S.: iniziali che sottintendono i nomi delle principali unità di misura: centimetro, grammo, secondo. Nel 1904 l’azienda si trasferisce a Milano, ma dopo tre anni Camillo Olivetti, lascia la direzione all’amico Dino gatta e rientra ad Ivrea, la piccola città che, in quegli anni, la crisi di una modesta industria tessile locale aveva reso ancor più angusta: un grosso borgo che vive del commercio con la ricca campagna che la circonda; una cittadina piacevole, disposta tra le colline e la Dora. Ivrea, apparentemente, non sembra adatta ad accogliere le iniziative rivoluzionarie di un giovane ingegnere, che intende costruire una macchina di cui nessuno sente il bisogno. Ma Camillo, insieme al fedele Domenico Burzio, incomincia a studiare, a disegnare, a fucinare i pezzi del suo primo modello di macchina da scrivere.
Da quanto tempo Camillo Olivetti pensava alla macchina da scrivere? Forse dal primo viaggio in america dove aveva potuto vedere alcuni esemplari; oppure da quando si era dato alla rappresentanza commerciale di prodotti tra cui le macchine per scrivere Williams. Quale sviluppo e quale avvenire potevano nell’Italia del 1906? Se in altri paesi le dattilografe e le macchine per scrivere facevano parte del costume, in Italia aleggiava ancora quel velo di sfiducia e di diffidenza che Camillo Olivetti seppe rompere con una rigorosa organizzazione produttiva.
Il piccolo edificio di mattoni rossi sorgeva mezzo miglio lontano dalla città, circondato dai campi; l’ambiente non pareva promettere molto. A Torino, la Fiat, nata dieci anni prima contava cinquanta operai; la Olivetti ne ebbe quattro, giovani inesperti, ai quali pazientemente Camillo insegnava a tenere la lima in mano e, alla fine della giornata di lavoro, inculcava elementi di meccanica e di aritmetica. Passarono altri due anni, 1909, prima che la costruzione della M. I, la prima macchina per scrivere, fosse pronta per rappresentare all’Esposizione di Torino, nel 1911, il marchio della Società in Accomandita Ing. C. Olivetti & C. Questa prima modesta apparizione fu seguita da tre anni di perfezionamento che portarono all’aggiudicazione della gara per la fornitura del Ministero della marina di ben cento macchine; poco dopo venne anche l’ordinativo da parte del Ministero delle Poste.
Gli anni tra il 1911 e il 1914, segnano una grande floridezza per la Olivetti che apre filiali a Milano, Genova, Roma e Napoli. L’ ing. Camillo avrebbe potuto delegare la vendita a concessionari ma, anche in questo campo, volle subito una organizzazione diretta, di cui egli stesso fu l’animatore. Si recava personalmente dai clienti, accompagnava talvolta il fattorino per le consegne, spesso si sostituiva al meccanico incaricato delle riparazioni. La laurea, il suo talento inventivo e le sue capacità organizzative, mettevano Camillo Olivetti al di sopra dei suoi operai , ma ciò che riduceva la differenza di livello era il suo disinteresse, il suo amore per il lavoro in sé, per il lavoro fatto ad arte.
Nel 1914, alla vigilia della conflitto mondiale, i dipendenti erano poco più di duecento ed egli poteva rivolgersi a loro per discutere le singole difficoltà, chiedere temporanei sacrifici, concordare i piani di lavoro, decidere la riduzione della fabbricazione delle macchine per scrivere, per fabbricare quello che il paese necessitava in quel momento: parti di fucili, valvole per dirigibili, spolette, magneti per motori dell’aviazione. Tuttavia a differenza di molte altre industrie la Olivetti non ebbe dalla guerra grandi guadagni ma la soddisfazione di aver servito con onore e fedeltà il paese.
Quando l’azienda ebbe superato la generale crisi degli anni 1930 e 1931, quando si aprirono nuovi mercati e crebbe la produzione, venne anche per Camillo il momento non doloroso ma, per qualche verso drammatico, di dare spazio alla voce del figlio che chiede, afferma, suggerisce e pretende. E’ il momento in cui la fabbrica raggiunge proporzioni che non si lasciano abbracciare con uno sguardo; in quello stesso momento il figlio primogenito con le sue nuove idee, le sue esperienze, fa sentire al vecchio costruttore che un ciclo storico è compiuto e che il nuovo sui è messo in moto. Ma ancora per lunghi anni Camillo è il nume tutelare della fabbrica, ma la sue inquietudine lo porta, nonostante i malanni pieghino la sua resistenza, a cercare altre attività, a ritrovare nella sua officina O.M.O. la sua vena di sperimentatore e di inventore, circondato da anziani operai, con i quali studia nuovi modelli, costruisce nuove macchine.
Non c’è amarezza in questo suo appartarsi ma l’accoramento nasce nel suo animo dal rincorrersi degli eventi in cui scorge un presagio di catastrofi; precipitano gli ideali della sua generazione.
Venne il 1943 l’anno più drammatico, l’ingegner Camillo è costretto a rifugiarsi nel Biellese ; vennero i quarantacinque giorni di Badoglio , durante i quali i meno avveduti pensarono che il peggio fosse passato, ma ad alcuni della Commissione interna che, nell’agosto, si recarono a salutarlo disse: “Non siamo ancora liberi…armatevi…siate forti”
Il 4 dicembre dello stesso anno morì.

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