Questo comparto industriale poteva riprendere a pieno le sue funzioni dal momento che possedeva un parco macchine evoluto e moderno che non richiedeva ulteriori investimenti. Infatti la politica autarchica ed il riarmo intrapreso dal regime a partire dalla seconda metà degli anni ’30 aveva facilitato l’ammodernamento degli impianti. Al nuovo avvio dell’industria torinese contribuirono i prestiti americani dell’European Recovery Program (il 33% degli aiuti andarono a favore dell’ammodernamento dei macchinari), la tregua salariale siglata nel1946 tra Confindustria e Cgil, che consentiva agli industriali, a fronte di alcune concessioni (festività infrasettimanale, ferie a un minimo di 12 giorni, adeguamento salariale al costo della vita) di agganciare la dinamica salariale a quella della produttività.
Aziende come la Westinghouse nell’ambito elettromeccanico, la Elli Zerboni e la Nebbiolo in quello della produzione di macchine utensili, la Zenith in quello meccanico e la Viberti e la Lancia in quello dell’automobile conobbero una discreta ripresa. In questo orientamento positivo si inseriva anche la Fiat, dove la produttività per operaio era salita dall’82,7 a 124, sebbene molto più del comparto delle auto fossero la Grandi Motori, le Officine Ferroviarie e quelle adibite alla produzione delle macchine agricole, a guidare la ripresa. Pertanto nel 1947 l’azienda aveva completato la ricostruzione delle sue officine e poteva iniziare le sue esportazioni.

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