La Seconda guerra mondiale rende quanto mai incerta, difficile la situazione
italiana e soprattutto iniziava una lunga stagione di economia di
guerra destinata a protrarsi fino alla fine del conflitto.
In Piemonte, soprattutto a Torino, pesantemente colpita dai bombardamenti,
il quadro generale dell’industria, nell’immediato dopoguerra,
non era poi così drammatico. Ciò nonostante la difficoltà
a reperire materie prime, l’assenza di un mercato internazionale
e nazionale, l’aumento dell’inflazione, rendevano la ripresa
estremamente complessa. Lo scenario era altresì aggravato dalla
crescita dei disoccupati, infatti, nel 1946, dopo il rientro di tutti
gli esuli, il numero dei senza lavoro era salito a 53000 unità.
A Torino la timida ripresa economica aveva portato, nel dicembre del 1947,
ad una riduzione del tasso di disoccupazione che
però ricominciò a risalire con la politica
deflativa di pareggio del bilancio che portò
il numero dei disoccupati a ben 62000.
Con le elezioni del 1948 gli italiani non solo scelsero il partito che
avrebbe governato il paese, ma si espressero anche in favore di un sistema
economico trasformato. Si affermò invece una sorta di restaurazione
liberista ispirata da quegli economisti che vedevano nel dirigismo economico
un prodotto dei regimi autoritari
La manovra economica, del ministro del bilancio, Luigi Einaudi,, aveva
come scopi principali la fine dell’inflazione, il ritorno alla stabilità
monetaria e il risanamento del bilancio statale. La manovra si attuò
su tre distinti livelli: una serie di inasprimenti fiscali e tariffari;
una svalutazione della lira (da 225 a 350 lire per un dollaro) per favorire
le esportazioni e indurre il rientro dei capitali, attratti dai cambi
favorevoli; una energica restrizione che costrinse imprenditori e commercianti
a gettare sul mercato le scorte accumulate in attesa di un aumento dei
prezzi. Tale politica economica favorì gli investimenti da parte
imprenditoriale e di conseguenza l’aumento della produzione, grazie
anche al basso costo del lavoro.
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