Negli ultimi vent’anni dell’Ottocento si registrò,
in Europa, una straordinaria crescita del sistema produttivo giacchè
l’elettricità aprì un mercato vasto del quale beneficiò
anche l’industria italiana. Nel 1883 la società Edison
aprì proprio a Milano, nella centralissima contrada di Santa Regonda,
una prima centrale elettrica a carbone capace di una potenza elettrica
di 540 KW. Nel giro di due anni furono allacciate alla centrale più
di 7000 lampade.
Mentre le industrie tessili andavano progressivamente perdendo terreno,
si affermavano il ramo cotoniero,le industrie meccaniche
(Elvetica, Grondona, Miani), chimiche, elettriche, della gomma (Pirelli).
Sorgono le officine Breda, l’Alfa Romeo, la Bianchi, l’Isotta
Fraschini e la Marelli: solo alcuni nomi di un ceto imprenditoriale aperto
e dinamico che dimostra una sensibilità nuova nei confronti del
progresso e dell’innovazione tecnologica. In effetti,l’industria
meccanica era ancora lontana dal bastare alle esigenze della attrezzatura
tecnica del paese (lo mostra anche il ritmo crescente delle importazioni
di macchine e caldaie che, da 145.000 quintali nel 1878-80, passano a
440.000 nel 1887). Furono questi settori più moderni e dinamici,le
forze che più energicamente lottarono per l’approvazione
della tariffa doganale del 1887. La nuova tariffa
intervenne a modificare radicalmente le basi del sistema economico italiano
e
l’introduzione del protezionismo contribuì certamente ad
aggravarne gli effetti tanto che gli anni compresi tra il 1888 e il 1896
furono di gravissima crisi. Il reddito nazionale passò da 58.612.000
di lire a 62.480.000 di lire,ma si tratta di un aumento che riesce appena
a tenere il passo con l’incremento naturale della popolazione. Il
prodotto dell’agricoltura rimase costante,quello delle attività
trasformatrici si ridusse addirittura e solo i servizi videro aumentare
il loro prodotto e la partecipazione al reddito nazionale.
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