La situazione del 1981 fa del Piemonte un territorio anticipatore, unitamente alla Lombardia, del processo di ristrutturazione che si svilupperà solo successivamente nel resto della nazione. All’interno della regione la provincia torinese cerca di raggiungere una nuova conformazione produttiva che privilegi la flessibilità dei fattori anche a scapito della crescita occupazionale. In definitiva, si possono forse individuare alcune differenze nella durata e nel momento di inizio del processo di ristrutturazione dell’industria piemontese: i settori comunemente definiti “maturi”, quelli in cui prevale la grande dimensione hanno adeguato prima degli altri la propria produzione alle nuove esigenze. Le nuove relazioni tra la piccola e grande dimensione stanno ricostruendo quei divari che lo sviluppo economico degli anni settanta aveva in parte attenuato, dall’altra favoriscono una fitta rete di relazioni tra imprese, impostata sulla stretta interdipendenza che evidenzia il carattere sistematico della realtà imprenditoriale del Piemonte. Il patrimonio innovativo e tecnico dell’industria piemontese ha portato a suggerire un possibile modello di sviluppo nella “ Tecnocity”, ossia la formazione di un triangolo industriale compreso tra Torino, Ivrea e Novara dove è presente la più elevata capacità di innovazione tecnologica e di ricerca italiana. I problemi da affrontare perché Tecnocity diventi una realtà competitiva a livello internazionale sono molti: formazione, uso ottimale delle risorse, produzione di Know-how, circolazione di informazioni, iniziative di capital venture, ecc. Tuttavia la Fiat ha inghiottito gli aiuti statali diretti e indiretti per migliaia di euro ed inevitabile è risultata l’agonia industriale della regione.
Nel quadriennio 1999- 2002, in Piemonte, i settori industriali più consistenti risultano essere la lavorazione dei metalli e la fabbricazione di macchine, ambedue con un’incidenza superiore al 15%; gli altri comparti produttivi sono costituiti per il 77,2% dai mezzi di trasporto, per il 69,5% dalla produzione tessile, per il 58,4% dai prodotti alimentari infine il 53% dalla lavorazione dei minerali non metalliferi.
A livello dimensionale prevalgono le piccole imprese (52,5% sul totale del 53,6% nel campione di confronto), mentre le grandi presentano circa il 4,2%.
Gli indicatori di sviluppo hanno segnato per le imprese piemontesi risultati positivi, ma inferiori, ad altre regioni come la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna; il divario con queste regioni è stato più sensibile nel biennio 2001- 2002, periodo nel quale ha iniziato a manifestarsi la crisi del gruppo Fiat. Infatti, rispetto al 2001, il fatturato delle imprese piemontesi è diminuito del 2,0%.
La provincia di Torino all’interno del sistema industriale piemontese gioca un ruolo di primo piano, sia come motore di sviluppo, sia come peso specifico, condizionando in modo sensibile i valori medi regionali. Una overperformance economica-finanziaria è rilevabile nella provincia di Asti; diversamente è accaduto per le realtà biellese e vercellese, a causa della congiuntura economica, che ha investito l’intera regione. Il torinese si è dimostrato in una posizione piuttosto critica, non facendo segnare particolari recuperi di competitività e di contro mostrando forti cali economici soprattutto dal lato delle entrate. Gli investimenti hanno ricalcato il fatturato tanto che i maggiori incrementi si sono registrati nella provincia di Asti (+ 37,9%), mentre quelli delle aziende torinesi si sono attestati al livello del 10,4%.
Infine, l’analisi dello sviluppo industriale mette in luce nel quadriennio 1999-2002, in primo luogo la presenza di ritmi di crescita dei volumi di vendita e dei valori di fisso attivi maggiori nelle aziende più piccole, e in secondo luogo più alte consistenze di aziende in forte crescita all’interno dei sistemi dimensionali minori.

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